rulururu

post La via della seta

October 31st, 2008

Filed under: blog... paranoiko!,musica — ema @ 02:46

Oggi ho potuto assistere ad una prova generale di uno spettacolo del grande violoncellista Yo-Yo Ma e il suo “silk road project“. La compagnia si chiama così perchè, oltre a cinque archi, comprende diversi strumenti tradizionali asiatici – da una specie di liuto tradizionale cinese a un duduk armeno, a un sarangi indiano. Come dire: tutta la via della seta.

Si trattava di un’opera, con arie, recitativi e tutto, scritta da un compositore azerbaigiano, che racconta una storia simile a Romeo e Giulietta – solo che è una leggenda asiatica che circola da 1000 anni prima di Shakespeare. Non c’è recitazione – due cantanti, un uomo e una donna, inginocchiati, cantano a turno – immagino in azero – mentre su dei drappeggi vengono proiettati i sovratitoli del testo. Ma non è la solita storia d’amore… qui le passioni umane sono trasfigurate e le sontuosità del testo si abbinano in modo strano ma molto efficace alla sobrietà della musica, per creare una cosa che non so proprio come descrivere.

E la musica è un giocare finissimo e sapiente con la tensione suscitata dall’attrito tra suoni diversi. Sono lontanissimi gli schemi a noi familiari, compreso il sistema temperato. Il materiale è di carattere popolare e attinge alle più svariate tradizioni: i cantanti, secondo una tradizione araba, dipanano melodie arzigogolate in un raffinato gioco armonico di dissonanze sapientemente dosate – e le parti strumentali passano dalle atmosfere rarefatte dell’estremo oriente a piccole cadenze che sembrano presagire una czarda zigana,  da territori “occidentalmente” tonali a ritmi arabeggianti nella cui iregolarità si cela un’energia mai sfacciata…

E tutto questo, in qualche modo, non era un’accozzaglia di brandelli musicali alla rinfusa. Piuttosto, un aquarello di colori che si penetrano creando una grande tessitura di umanità. Finita l’opera – ovvero quando anche il monocordo cinese compie, glissando, l’ultimo quarto di tono per raggiungere tutti gli altri in quello che è forse l’unico, puro unissono di tutta la musica – ecco, lì è stato come arrivare alla fine di un unico, lungo, profondo respiro che ti riempie i polmoni di… non so cosa – ma è stato bello.

post Bologna

October 23rd, 2008

Filed under: blog ale de bon — ale @ 00:36

Questa mattina
avvolta da una nebbia finissima
che sembrava un intimo di seta
Bologna era così bella
che me la sarei portata a letto.


post Göthe, Schubert, Lincoln

October 18th, 2008

Filed under: blog... paranoiko!,musica — ema @ 03:24

Ieri sera c’è stata la prima di una serie di lezioni di un anziano professore emerito di musica. Ogni volta lui parla di un capolavoro musicale e lo spiega. (Suona familiare?)

La nostra università si è appena sentita dire che lo stato di New York potrebbe diminuire i finanziamenti se non viene ampliata la facoltà di economia, e aperta una scuola di diritto – perchè insomma, senza business e finanza, che università è? Beh, è un’università che ha tra l’altro una piccola sala per concerti da camera (oltre ad un auditorio da concerto e un teatro). Stasera era annunciato un concerto da camera per voce e pianoforte – biglietto $5. Arrivando all’entrata il tipo che strappa il biglietto oltre al programmino mi da’ delle fotocopie di spartiti musicali. E poi ho capito che non era un concerto come i soliti.

Il vecchio professor Henry Lincoln quarant’anni fa insegnava analisi formale e tecnica compositiva. Adesso è in pensione, ma di tanto in tanto la sera, nella sala piccola, spiega qualche pezzo musicale. Magrolino, ricurvo nel suo completo grigio chiaro con cravatta impossibile e colletto inamidato, un pizzico di sciatica, alle otto il prof. Lincoln si alza dalla sedia in prima fila e va al leggìo, dietro il quale gli han messo una sedia da bar, che se no non ce la fa. E comincia in tono sommesso, ci spiega perchè all’entrata ci hanno dato la fotocopia di una partitura e una poesia in tedesco: stasera ascoltiamo uno dei Lieder per voce e pianoforte di Schubert, “Erlkönig”. Testo di “un certo” signor Göthe.

Comincia a parlare, il professore, e la luce della lampada scolpisce il suo viso curvo sul leggìo. Dice: “immaginate che il professore di composizione vi assegni come compito di mettere in musica questa poesia…” e parla del padre che cavalca veloce nel bosco scuro con in braccio il figlioletto che gli viene conteso dal malvagio “Erlkönig”… (more…)

post It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)

October 9th, 2008

Filed under: blog i brogi,blog... paranoiko!,musica — brogio @ 13:23

Dopo tanti anni passati ad ascoltare funamboli dell’elettronica, artisti pop che raccontano Esta selva selvaggia, makam ottomani e melismi indiani, John Cage e Manos Hadjidakis, sabato ho trascinato il cadavere fino alla Kuruceşme Arena di Istanbul – ad un concerto dei R.E.M. Potere degli accrediti, perché per Stipe & co. non avrei – e non ho ancora – speso un soldo. Capiamoci, non li scago. È solo che non sono mai andato oltre al canticchio radiofonico.
Il punto, il primo. È successo che dopo quattro secondi dall’inizio del concerto sono stato assalito da un brivido, la cui origine, oltre ad avere effetti concreti sulla pelle, ha mandato una sequela di impulsi alla parte ragionante del mio cerebro. Che mi dice: “Ma vavangulo, tre accordi, anzi due. Te li eri dimenticati, eh?”, intendendo che mi si era ormai atrofizzato il punkimetro a furia di comperare dischi di strumenti monocorde dei monti Altay. È stato un trip piacevole fino alla fine.
Il secondo punto. Michael Stipe. Ci sono personaggi, che chiamerò I Moltiplicatori di sé, che possiedono il dono di essere più di quanto gli occhi siano in grado di vedere. È una questione di volume. La loro presenza è talmente grande che si riesce a sentirli fin quasi sotto la pelle; una roba astratta, il carisma, di cui ignoro le origini. Di sicuro non è una cosa fisica. Stipe è talmente rachitico che, oltre a poter sembrare mio fratello maggiore, ha le fattezze di un tossico partorito dalla mente di Irvine Welsh.
I Moltiplicatori di sé sono rari. Qualche anno fa, a Parigi, in un palazzetto dello sport avevano radunato una mezza dozzina di grandi nomi per una ricorrenza tipo Carta universale dei Diritti dell’Uomo: conferenza stampa con la Chapman più timida di un antilope, Thom Yorke tutto asimmetrico che perorava la causa e alcune giornaliste italiane che si lamentavano, sottovoce, del puzzo dei prodotti alla canapa distribuiti dallo sponsor (il Body Shop). Oltre a rifornirci di olio per i massaggi, riempiamo la gamella (mi accorgerò più in là che il vero mezzo di sussistenza dei giornalisti freelance sono gli aperitivi offerti alle conferenze stampa) e ci avviamo al palazzetto, dove arriviamo in pieno sound check.
Dando le spalle al palco, vengo assalito da un piccolo colpetto di tosse, una scatarratina vellutata amplificata dalle migliaia di watt accatastate lì vicino. Brividi. Bruce Springsteen. Se ne stava da solo con una chitarra senza far niente. Forse si grattava, si guardava i piedi o si toccava le tasche perché si era accorto che aveva dimenticato il borsello in albergo. Fatto sta che si è solo discretamente rischiarato la voce, causandomi paralisi alle sinapsi e rilassamento a tempo indeterminato dei muscoli della mandibola. Effetto Stipe, Gran Maestro della Confraternita del Moltiplicatore di sé.
Mi è successo pure con Bowie. Mi ci avevano portato gli amici. All’inizio del concerto ero al bar, con l’attenzione rivolta alla birra o alle tette, o a entrambi perché Bowie, proprio non mi si filava. Eppure, entrata in scena e… Sbam! Encefalogramma piatto! Incoscienza, sotto gli influssi ipnotici e carismatici del Gatto di Van.
Ora, i vecchiardi come Springsteen, presi a piccole dosi, mi sollazzano. Niente di più. Faccio parte di una generazione che, se li vuole, deve andare a ripescarli con qualche sforzo. Non venitemela a menare con storie del tipo “Ma come? I grandi del rock…” e tutte quelle balle lì. Non c’ero. Quegli anni, sono obbligato a guardarli da qui. E concedetemi la possibilità che, presi in blocco, possano anche non piacermi – anzi, di più, visto che sono stati il preambolo del mondo asfittico in cui annaspiamo oggi.
Sto andando fuori tema. O forse no: rimanere due ore davanti a Michael Stipe è stato come respirare a pieni polmoni seduti alla capanna Scaletta dopo aver fatto la Greina. Benedico i Moltiplicatori di Sé. E la tessera stampa.

ruldrurd
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